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L'uomo Gesù.
Giorni, luoghi, incontri di una vita
Mondadori, 3 novembre 2008
Che cosa c'era nei comportamenti di Gesù e nelle sue parole che provocava l'entusiasmo di tanti seguaci e l'ostilità dì coloro che lo hanno ucciso? Le speranze e le aspettative che aveva suscitato sono state deluse dalla sua morte? A differenza degli innumerevoli studi dedicati all'argomento, il libroscritto a quattro mani dall'antropologa Adriana Destro e dal biblista Mauro Pesce si concentra sullo stile e la pratica di vita di Gesù. L'intento è quello dimostrare le forme culturali che egli aveva posto a base della sua esistenza, la logica che governava le sue azioni, in che modo entrava in contatto con la gente e con le istituzioni che lo osteggiavano. Senza esaminare a fondo il suo modo di vivere, i luoghi che fisicamente frequentava, gesti privati e pubblici e stati interiori, non è possibile riassumere e comprendere in maniera autentica il suo annuncio.
Dettagli del libro
Titolo: L' uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita
Autori: Destro Adriana, Pesce Mauro,
Editore: Mondadori
Datadi Pubblicazione:2008
Collana: Saggi
ISBN: 8804583924
Prezzo 18 €
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La casa editrice Les Belles Lettres di Parigi pubblica quest’anno - in un agile volumetto - la traduzione francese di due articoli di Kurt Flasch, filosofo tedesco nato nel 1930.
Forse, nel dibattito dei biblisti italiani sulla cosiddetta “precomprensione”, potrebbe essere utile sentire anche questa voce.
Nel primo saggio, dopo una critica al “comprendere” di Dilthey, si trova una parte propositiva: «Au lieu de ‘comprendre’, documenter et présenter» (pp. 47-70).
Mi sembra stimolante il ricupero della tradizione storica precedente alle cosiddette “scienze dello spirito”: «nous n’avons pas à réinventer complétement la forme de savoir requise ici [...] elle existait déjas entre 1700 et 1800, chez Richard Simon, Jean Le Clerc, Pierre Bayle, Muratori et Lessing l’érudit» (p.29). E’ molto interessante l’utilizzo di Muratori che Flasch fa alle pp. 66-68.
Fa riflettere la critica o risposta di Flasch alla solita obiezione allo storicismo:
«Il suo apriori è che ogni apriori si lascia storicizzare. Ma non lo proclama in modo dogmatico o in maniera astrattamenmte antidogmatica. Lo espone. Esso registra una massa enorme di informazioni storiche disponibili per esplicitare il ricco contenuto di concetti che si pretendono atemporali. Quanto all’obiezione astratta secondo la quale anch’esso adotterebbe un apriori metafisico e che perciò implicherebbe sempre una metafisica, ovviamente di tipo storicistico, esso la lascia essere così come è, vuota di contenuto, e gli oppone solo la produzione dei suoi numerosi universi narrativi» (p. 19).
Il primo articolo si chiama “Come sarebbe un neostoricismo in storia
della filosofia?”, il secondo ha per titolo “Staccarsi da Dilthey”
(K.Flasch, Prendre Congé de Dilthey. Que serait un néohistorisme en
histoire de la philosophie?, suivi de Congé à Dilthey, Paris, Les
Belles Lettres, 2008, 119 pp.).
Questi due saggi si trovano in lingua originale nel volume
Philosohie has Geschichte Bd 2., Frankfurt a.M., Klostermann, 2005.
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Alcuni apologeti di oggi sostengono che la figura storica di Gesù sarebbe già facilmente accessibile a chiunque nel Nuovo Testamento. I vangeli canonici sarebbero documenti storicamente attendibili perché ispirati da Dio. Non ci sarebbero contraddizioni fra di essi, perché le loro diversità sono soltanto da coordinare in un’immagine armoniosa. L’interpretazione teologica della figura di Gesù che i concili di Nicea e di Calcedonia hanno formulato dogmaticamente nel IV e nel V secolo sarebbe infine perfettamente fedele alle idee religiose già chiaramente contenute nei vangeli canonici e nel resto del Nuovo Testamento. Per questi motivi non si dovrebbe ricercare una fisionomia storica di Gesù diversa da quella che emerge dall’armonizzazione dei quattro vangeli canonici ottenuta alla luce della teologia del Nuovo Testamento, interpretato sulla base della teologia dogmatica della chiesa antica, nuovamente compresa alla luce della teologia della attuale chiesa cattolica.
Anzitutto, non è affatto necessario ricorrere a queste affermazioni per restare all’interno della fede cristiana. Queste affermazioni sono semplicemente frutto di una teologia restauratrice, antimoderna e tendenzialmente fondamentalista che non può essere identificata tout court con la fede cristiana. Ma questo è per me in fondo secondario. Sono contrario a queste affermazioni non per motivi religiosi, ma semplicemente perché non sono attendibili storicamente. Ciò che voglio qui sottolineare è che si tratta di tesi storicamente indifendibili nell’attuale panorama della ricerca storica.
1. Il Nuovo Testamento non esisteva nel I e nel II secolo. Perciò parlare di Nuovo Testamento per ricostruire la figura storica di Gesù è un anacronismo. Non sappiamo quando, ma il Nuovo Testamento non fu fissato prima della fine del III secolo.
2. Il Nuovo Testamento contiene solo 27 scritti protocristiani, ed esclude una serie non piccola di opere che furono prodotte nel I secolo o agli inizi del II secolo e che sono fonti molto utili per ricostruire la fisionomia storica di Gesù e delle prime comunità dei suoi seguaci (ad esempio il Vangelo di Tommaso, la Didaché, l’Ascensione di Isaia, la Prima Lettera di Clemente, i Vangeli giudeo cristiani, il Vangelo di Pietro e altri vangeli pervenutici frammentariamente).
3. Nel I secolo i seguaci di Gesù non leggevano insieme i quattro vangeli che furono poi molto dopo inseriti nel Nuovo Testamento. In ogni comunità di seguaci di Gesù non esistevano i quattro vangeli, ma probabilmente un solo vangelo (ad esempio, quello di Pietro, o quello di Tommaso, o quello di Marco e così via).
4. Nessun vangelo godeva di un’autorità normativa rispetto agli altri.
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Momenti della ricerca sul Gesù storico come sfondo della situazione attuale in Italia
La ricerca che tende a ricostruire la figura storica di Gesù ha i suoi primi inizi in Europa verso la fine del XVI secolo. Itzchah Ben Abraham di Troki, nel suo Rafforzamento della fede del 1593 sosteneva la ebraicità di Gesù e la distinzione tra Gesù e il cristianesimo primitivo: «E’ noto -affermava - che in nessuna parte del Nuovo Testamento troviamo che Gesù volesse passare come autore di una Nuova Legge, ma al contrario ammetteva la eterna durata della legge mosaica». Quando poi crebbe, dalla metà del XVIII secolo in poi, la consapevolezza delle differenze non armonizzabili dei vangeli canonici, venne posta una delle condizioni che rendono necessaria la ricerca su cosa realmente avesse detto e fatto Gesù. Non bisogna mai dimenticre che il clima delle guerre religioni e delle violente contrapposizioni tra correnti cristiane che domina il XVI e il XVII secolo aveva fatto crescere l’esigenza di una ricerca storica che - al di là delle inconciliabili differenze di fede - potesse costituire un terreno comune di intesa fra gli intelletti bisognosi di comprendere. In questo clima, divenne abbastanza chiaro in diverse parti d’Europa che esisteva una differenza tra la predicazione di Gesù e l’interpretazione che ne aveva dato la Chiesa primitiva. Queste prese di coscienza - della differenza tra i vangeli e della discontinuità tra chiesa primitiva e Gesù - costituiscono le due condizioni principali in cui si sviluppa la ricerca sulla figura storica di Gesù nel contesto di un modo di conoscenza basato sul metodo storico, cioè un metodo razionale, verificabile, basato su esame critico delle fonti, a prescindere dalle differenze confessionali tra cristiani.
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Sulla differenza tra esegesi apologetica, pastorale e storica
Ci sono almeno tre tipi di esegesi.
La prima la potremmo definire apologetica e
utilizza la ricerca storica per dimostrare che le ricerche dei non
credenti sono false storicamente, offrendo nel contempo una
dimostrazione storica della verità del dogma. Questa esegesi era molto
diffusa nella chiesa cattolica della fine del XIX secolo e si proponeva
di combattere i risultati degli “acattolici” e dei “razionalisti”.
La seconda la potremmo chiamare “pastorale”.
L’atteggiamento apologetico e polemico dalla prima le è estraneo. Essa
si propone di illustrare su base scientifica (sia con metodi storici,
sia con metodi letterari) il senso dei testi neotestamentari affinché
il loro messaggio religioso possa essere penetrato a fondo e mostrato
con frutto religioso ai fedeli. Questa esegesi ha come obiettivo finale
la comprensione dei testi neotestamentari, perché sono essi che
vengono proclamati nella liturgia come parola di Dio o meditati nella
lettura religiosa. E’ il testo che deve essere messo in luce. E’ il
testo l’obiettivo finale, che in ultima analisi appare a questa esegesi
come parola di Dio. A questa esegesi interessano relativamente i fatti
storici ricostruibili grazie ai testi neotestamentari, perché il suo
obiettivo è l’ascolto fedele della “Parola”. Essa si muove all’interno
del dogma della chiesa e del magistero che costituiscono il suo
orizzonte ermeneutico.
La terza la potremmo chiamare storica. Il suo
scopo è comprendere i testi come prodotti storici al fine di
ricostruire una vicenda storica. Si applica a qualsiasi fonte storica
utile (e non solo al Nuovo Testamento che è una collezione che
certamente non esiste nei primi due secoli). L’obiettivo finale
dell’indagine non è il testo dei diversi scritti. Essa cerca, tramite i
testi, di ricostruire i fatti storici di cui i testi possono essere
testimonianza più o meno attendibile. Il suo
orizzonte ermeneutico non è offerto dal dogma o dal magistero che sono
entità dottrinali e istituzionali che non esistevano nel momento in cui
gli scritti protocristiani dei primi due secoli furono prodotti.
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Mauro Pesce
Come studiare la nascita del cristianesimo? Alcuni punti di vista
Indice dell'articolo:
I. PREMESSE
1. Limiti di queste pagine
2. I presupposti acritici
3. La storia a ritroso e le origini della cristologia
4. La differenza tra significato etnico, culturale e religioso dei termini «giudaico», «gentile» e «cristiano».
II. OSSERVAZIONI SU QUALCHE CASO CONCRETO
1. Ioudaismos
2. Gal 2,12-14
3. Il concetto di novità
I. PREMESSE
1. Limiti di queste pagine
Come è nato il cristianesimo? Questa domanda, sempre più ricorrente oggi, simile all’altra «quando nasce il cristianesimo?» suscita una quantità impressionante di questioni fondamentali sia di carattere teorico sia di carattere storico, filologico, storico-religioso e socio-antropologico. Ho cominciato negli ultimi anni – spesso in collaborazione con altri - a pormi questi interrogativi con la consapevolezza di affrontare volta per volta solo alcuni aspetti parziali. Anche in questo caso, mi limiterò ad alcune riflessioni, senza volere affatto proporre una soluzione, ma solo delle esigenze metodologiche, delle osservazioni e qualche particolare interpretazione storica. Nella mia riflessione attuale è forse più chiara l’insufficienza delle argomentazioni di chi sostiene che il cristianesimo nasce già con Gesù e con Paolo che non i contorni di una proposta positiva alternativa. Riformulerò quindi anche in questo contesto, osservazioni già presentate altre volte e aggiungerò solo con qualche aspetto e integrazione.
In particolare, tengo presente in queste pagine due modi con cui la questione viene oggi a volte affrontata. L’interrogazione, infatti, sul quando nasca il cristianesimo viene spesso posta (a) domandandosi quando appaiano per la prima volta i termini «cristiano» e «cristianesimo» oppure (b) domandandosi quando appaiano per la prima volta concezioni pratiche o comunque aspetti che possono essere giudicati indubbiamente cristiani e non giudaici. Nel primo caso, la mia risposta sarà che l’apparizione del termine per sé solo non basta affatto a dirimere la questione perché così facendo si presuppone - senza dimostrarla - la identità tra i contenuti dei termini «cristiano» e «cristianesimo» nelle loro prime apparizioni e i medesimi termini di secoli dopo. È infatti solo sulla base di questo presupposto della identità che si può pensare che i «cristiani» di cui parlano gli Atti degli Apostoli (11,26; 26,28; cfr. 1 Pt 4,16) avessero le medesime concezioni teologiche e fossero organizzati secondo i medesimi meccanismi istituzionali dei cristiani della cosiddetta «grande chiesa» del III secolo e che fossero un gruppo esterno al giudaismo. Nel secondo caso, la risposta deve essere più articolata. È un insieme di presupposti teologici che permette, infatti, ad alcuni di considerare «cristiani» e non giudaici certi caratteri dei primi gruppi di discepoli di Gesù. Anzitutto, essi presuppongono che se si esce dal giudaismo si debba entrare necessariamente nel cristianesimo, applicando - non so quanto intenzionalmente - uno schema di storia della salvezza che vede naturalmente sfociare la storia di Israele in quella della chiesa. Da un punto di vista storico, invece, un gruppo che esce dal giudaismo può benissimo dar vita ad un gruppo religioso non cristiano, pur essendo non giudaico. Trovo molto sintomatico che ci si limiti all’alternativa se il paolinismo sia giudaico oppure cristiano o se il giovannismo sia giudaico oppure cristiano. Questa alternativa dipende dalla ben nota concezione teologica (sostanzialmente antigiudaica?) secondo la quale alla storia del popolo ebraico deve seguire quella della chiesa e che il cristianesimo sia il compimento del giudaismo. In secondo luogo, si ragiona in termini di «novità» di Gesù, presupponendo che ciò che è «nuovo» sia non giudaico. In terzo luogo, infine, si tende a leggere il momento originario alla luce del momento in cui il cristianesimo è sicuramente ben delineato ed esistente e a proiettare - sulle origini - le idee, gli assetti e le pratiche del II secolo avanzato o del III se non del IV secolo.
2. I presupposti acritici
La domanda «quando nasce il cristianesimo?» si pone necessariamente posto che il cristianesimo esiste e posto che si è oggi sempre più consapevoli che Gesù non era un «cristiano», ma un giudeo, che agiva e si esprimeva all’interno della propria ‘religione’, quella giudaica. Almeno così pensano molti. È perciò divenuto consueto domandarsi quando il cristianesimo sia nato. Uno dei modi più diffusi per affrontare la questione è quello di chiedersi quando le comunità dei seguaci di Gesù si siano staccate dalle comunità giudaiche dando così vita al cristianesimo. La questione viene perciò spesso posta nel modo seguente: «quando il cristianesimo si distacca dal giudaismo»? Nel momento del distacco, della separazione, o della
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Segnalo un sito scientifico molto interessante per lo studio della Bibbia e argomenti correlati
http://www.torreys.org/bible/ (vai a vedere gli altri siti segnalati )
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Libro pubblicato nella collana Economica Laterza nel gennaio 2008
Come il cristianesimo si è integrato nelle città dell'impero romano,
come ha modificato il vivere civile, quali forme associative ha
assunto, in che modo ha usato e innovato le strutture della parentela,
quali conflitti ha scatenato
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